Bloc Party – “A Weekend In The City”
Avevo promesso di scrivere dell’ultimo disco dei Bloc Party solo dopo averlo ascoltato meglio. Non è un gran disco, è bene dirlo subito.
In realtà, il fatto stesso che stia perdendo il mio tempo a parlare di A Weekend In The City la dice lunga su quanto ammiri questi quattro tipi londinesi, al di là dell’hype che genera il solo nome Bloc Party, specialmente tra i bloggers che si occupano di musica.
Ebbene, ancora non si sa con assoluta certezza se il disco che uscirà a Febbraio sarà quello che attualmente gira su internet; ad ogni modo è già possibile riscontrare un evidente cambiamento di suono rispetto a Silent Alarm. La primissima impressione che sovviene è quella di un disco molto più ragionato rispetto al precedente; sembra il frutto di uno studio approfondito, di una continua ed ossessiva ricerca della nota perfetta al momento giusto.
E non sempre è un bene.
Uno dei punti di forza di Silent Alarm era la freschezza, era il suo essere diretto, centrare subito il punto senza troppi fronzoli o giri a vuoto. C’erano le chitarre sempre in primo piano, c’era una voce che sembrava seguire la canzone e non viceversa. Qui molte cose sono cambiate. L’unico punto di contatto tra i due album è forse la linea di batteria, notevolmente addolcita con il tempo ma sempre con un tiro assolutamente micidiale.
Qui le chitarre lasciano il posto centrale a tastiere e synth ed il rock’n roll fa un po’ di spazio alla new wave ed agli anni ‘80. Non che i primi Bloc Party fossero estranei alla musica eighties ma qui la faccenda si fa molto più importante: “Waiting For The 7.18″ e soprattutto il singolo “The Prayer”, ad esempio, sono bei pezzi con un tappeto d’archi (sintetici, per carità) che gioca a fare l’attore principale.
Un’altra caratteristica che balza alle orecchie è la centralità della voce: se prima sembrava essere solo un contorno adesso acquista un ruolo molto più importante, i testi sembrano più studiati e le parti vocali si fanno più dinamiche, con continui falsetti, strappi e cori che richiamano tanto abitudini queen-iane (sembrava brutto dire futureheads-iane).
Il disco sembra quasi dividersi in un due parti: una prima parte più veloce, più ritmata, con una batteria spesso martellante (“Song For Clay”, “Hunting For Witches”, la già citata “Waiting For The 7.18″) ed una seconda parte più lenta, riflessiva e cadenzata, con pezzi che sembrano fatti apposta per essere ascoltati durante un viaggio (notevoli “Kreuzberg” e “I Still Remember” ma in questo senso si muove anche “Sunday”, per esempio).
In definitiva A Weekend In The City è un disco che tenta una strada, che fa di tutto per distinguersi dal precedente ed a suo modo ci riesce. Purtroppo i risultati non sempre pagano lo sforzo ed alcuni passaggi non convincono appieno ma sarebbe stato più facile tentare di ripetere un’altra Banquet piuttosto che cambiare direzione.
Ci hanno provato e noi gliene diamo atto. Magari trovando il tempo di andare a Milano a Maggio, quando ci sarà il loro unico concerto italiano.
Bloc Party – “The Prayer” (video)
lunedì, 29 gennaio 2007 at 5:35 pm
[...] Betatester La primissima impressione che sovviene è quella di un disco molto più ragionato rispetto al precedente; sembra il frutto di uno studio approfondito, di una continua ed ossessiva ricerca della nota perfetta al momento giusto. [...]